il CRM si vende in modo inversamente proporzionale a quanto è facile vendere

Puntualmente si tirano le somme su quest’anno funesto, e ci si accorge che non è andata poi così male.

A molti sembrerà un’affermazione azzardata, ma per chi come me, si occupa di CRM invece, questo è stato un anno molto produttivo e di grandi soddisfazioni.

Tutti a casa, nuove abitudini e più tempo da dedicare a riorganizzarsi, ha portato ad un aumento importante del numero di utilizzatori del CRM.

Una volta dicevo che “il CRM si vende in modo inversamente proporzionale a quanto è facile vendere”.

Mai affermazione è stata più vera come sotto COVID, speriamo che il trend prosegua anche nell’era Post-COVID.. e io penso proprio di sì.

Quali sono i fattori determinanti?

  1. Abbiamo imparato che non serve muoversi per lavoro continuamente, e che molte cose si fanno a distanza utilizzando i giusti strumenti. Il CRM è uno di questi.
  2. I clienti hanno fruito maggiormente del servizio clienti delle grandi aziende, leggi Amazon, che hanno settato dei nuovi standard di qualità, dove automazione e velocità di risposta sono essenziali.
  3. La customer experience è diventata centrale nella gestione del cliente, e ogni azienda ora vuole diventare più agile, responsiva e attenta alle esigenze dei clienti.
  4. Anche con budget ridotti, il CRM permette alle vendite e al marketing di focalizzarsi sulle esigenze specifiche dei clienti, facendoli sentire più vicini e coccolati.
  5. Il faccia a faccia è superato dalla raccolta dati, l’automazione, i contenuti dinamici, gli eventi automatici, le campagne di customer journey e la segmentazione. Strumenti che convergono in un unico punto, il CRM.

IL CRM continuerà ad essere uno strumento cruciale per le aziende che possono massimizzare il valore di ogni interazione con il cliente, sia essa fisica o digitale. La più grande risorsa è la conoscenza della propria clientela, che deve essere utilizzata come elemento di differenziazione per fidelizzare i propri clienti.

Forse l’unica cosa che dispiace, e che ci sia voluta una pandemia globale perché molti se ne rendessero conto.

Chrome e “Le informazioni che stai inviando non sono protette”

Se vi è capitato di ricevere questo errore dopo aver aggiornato Chrome, sappiate che è normale.

Dalla release 87.0.4280.88 infatti, Chrome è molto meno tollerante verso i passaggi inattesi da HTTP a HTTPS e viceversa, specie dopo un POST, e ve lo segnala.

Lato sito invece, il problema è spesso causato da un SSL offload, fatto con un Proxy che verso internet “parla” in https, mentre sulla rete interna in http.

Il risultato, è che durante un redirect, ad esempio dopo una form di login, viene comporto un header di location con il prefisso HTTP appena ricevuto, invece di HTTPS come ci si dovrebbe aspettare, visto che nel browser dell’utente è attiva una connessione criptata.

Troviamo una descrizione di questo comportamento nelle release notes di Chromium risalenti a questa estate. https://blog.chromium.org/2020/08/protecting-google-chrome-users-from.html

Questo problema impatta vari framework di sviluppo. Da quanto ho potuto verificare sono sensibili ASP.NET Full Framework e CakePHP, ma di certo sono migliaia.

Non è neanche un vero bug in molti casi, come nel caso del Proxy succitato.

Una soluzione è modificare il codice di redirect in modo da comporre l’URL utilizzando l’header x-forwarded-proto per comporre correttamente l’header di location e consentire una redirezione congruente con il protocollo atteso.

Normalmente i Proxy supportano questa intestazione proprio per notificare al server come sono gestiti i dati a monte. (https://developer.mozilla.org/en-US/docs/Web/HTTP/Headers/X-Forwarded-Proto)

Lo smart working è la nuova normalità?

Sono trascorsi più di sei mesi da quando abbiamo iniziato a lavorare in smart working, facciamo un primo bilancio.

TeamSystem, l’azienda per cui lavoro, è stata tra le prime in Italia ad attivare un protocollo COVID e a permettere ai dipendenti di lavorare da casa fin dal primo giorno. Essendo un’azienda di informatica il passaggio è stato facilitato dall’esperienza dei dipendenti e dalla disponibilità di tutti gli strumenti necessari per poter lavorare in mobilità, ma non tutto è andato liscio come l’olio.

Trovandosi di colpo tutti a casa, gli italiani hanno scoperto la video conferenza. Società come Zoom hanno avuto crescita esponenziale con l’attivazione di milioni di webcam in tutto il paese, in particolare per i ragazzi che si sono trovati a studiare da casa. Il boom di streaming alla rovescia, ha messo a dura prova l’infrastruttura di rete nazionale che sempre stata fortemente sbilanciata verso il download mentre di colpo si è trovata prevalentemente a trasmettere in HD.

Il risultato è stato una progressiva saturazione della rete che specialmente nelle zone periferiche ha portato notevoli difficoltà di connessione. Fortunatamente per chi non aveva la necessità di farsi vedere tutto il giorno, perché questo è mediamente il tempo che ci troviamo a passare davanti a una telecamera, ha iniziato a spegnerla lasciando solo l’audio, e questo ha reso molto più utilizzabile la telepresenza e ha permesso di lavorare meglio.

Oggi raramente vedo qualcuno con la telecamera accesa durante i meeting aziendali, ovviamente questo non nasconde solo il viso delle persone ma anche uno stile di vita che sta fortemente mutando.

Il classico meme del dipendente che siede in giacca, camicia e boxer davanti ad un computer sul tavolo della cucina è diventata realtà. Anzi, ora senza accendere la webcam non occorre neanche la camicia.

Praticamente tutti ci siamo trovati a lavorare in pigiama, chiusi tutto il giorno nella nostra stanzetta, per chi può e non deve condividere un bilocale con tutta la famiglia. Per molti è stata anche l’occasione di tornare a vivere in provincia, abbandonando i costosi appartamenti cittadini affittati per essere più vicini al lavoro.

Tutto questo non può non lasciare alcuna traccia nella società, e infatti quando il COVID sarà sconfitto, dovremo trovare un equilibrio con le nuove abitudini. Molte aziende hanno viso nell’adozione su larga scala dello smart working un nuovo business. Si sono altresì accorte che si può lavorare anche senza andare in ufficio, un costo importante di strutture per l’azienda è un costo importante di commuting per i dipendenti.

Inoltre stando a casa si lavora mediamente di più, e si ha l’impressione di essere più liberi… Ma è proprio così? I primi tempi sicuramente, anche perché non potevamo uscire di casa, quindi non restava che lavorare. Ora la presenza incombente del COVID sta ancora rallentando la ripresa delle attività quotidiane lavorative ed extra lavorative, ma già le persone non sono più lì tutto il giorno,e parte della notte, pronte a rispondere ai colleghi al primo squillo…

E con la progressiva riapertura degli uffici, pur con accesso scaglionato, Inizieranno i vari problemi. Perché oggi siamo tutti a casa e lavoriamo tutti da remoto, quindi potremmo dire che siamo tutti nella stessa barca, tutti con gli stessi problemi di connessione, tutti con gli spazi non professionali e tutti davanti alla nostra webcam. Però, quando alcuni colleghi saranno in ufficio e noi invece saremo ancora a casa nostra le cose cambieranno… si ricomincerà a fare le prime riunioni in presenza, alcuni seduti in sala riunione e altri connessi remoto.

E così cominceranno ad esserci partecipanti di serie A in sede e di B a casa.

Si sa, le riunioni cominciano nei corridoi e finiscono nei corridoi, La sala riunioni e spesso un’Intermezzo, l’unico posto dove chi é collegato da remoto può sentire e intervenire. Ma non ci sono solo riunioni, in ufficio ci si scambia continuamente informazioni e idee, che spariranno quindi dalle chat di gruppo, che per necessità oggi ci siamo abituati ad utilizzare, rendendo gli Smart Workers sordi e ciechi rispetto alla vita aziendale.

Chi è connesso ad una riunione fatta in presenza è sempre soccombente, gli altri si vedono, parlano senza latenza, comunicano con gesti e sorrisi, mentre chi è connesso se sta anche condividendo il suo PowerPoint, è lì da solo davanti al computer e non hai il controllo della situazione.

È per questo che abbiamo sempre fatto avanti indietro tra sedi diverse nonostante fossero ben organizzate con sistemi di videoconferenza all’avanguardia.

Siamo veramente pronti a cambiare a tutti livelli e adattarsi pienamente a questo nuovo stile di vita e lavoro?

Oppure già oggi stando a casa senza incontrare i colleghi, stiamo notando che le cose non funzionano bene come dovrebbero?

Ci stiamo alienando dai rapporti sociali che sono alla base di ogni modello di collaborazione efficace a lungo termine e di fiducia reciproca e consolidata?

Tutte domande che avranno una risposta nei prossimi mesi, per adesso stiamo a vedere come si evolve la situazione.

Penso comunque che sia giusto garantire maggiore elasticità nei settori che lo consentono, lo smart working funziona nel momento in cui c’è un’organizzazione che consente flessibilità di orario ma che mantiene comunque dei capisaldi quali gli uffici e le riunioni in presenza, quando servono.

Una cosa é certa, evitare di farsi 300km per una riunione di 20 minuti non sarà più un tabù, e per fortuna direi.

Scrivere un immagine ISO da MacOS-OSX su una chiavetta USB

Ormai le unità CD/DVD sono completamente scomparse dai nostri Mac, ma spesso rimane la necessità di installare qualche distro Debian o Ubuntu su un PC che a sua volta non ha il DVD.

Il problema nasce una volta scaricato il file ISO dal sito della distro: come faccio a metterlo sulla chiavetta?

Fortunatamente il Mac ha tutto quello che serve a bordo, ma dobbiamo operare da command line, quindi cominciamo con l’aprire il terminal.

La prima cosa da fare è trasformare l’immagine ISO in un formato avviabile da chiavetta USB, perchè nel suo formato base non è “Bootable”.

Il comando da esegire è:

hdiutil convert -format UDRW -o Downloads/ubuntu.img  Downloads/ubuntu-16.04.2-desktop-i386.iso

Il file che otterremo ha l’estensione .dmg, è un default del Mac, ma va bene lo stesso.

Il passo successivo è infilare la chiavetta USB nello slot, e vedere come è stata montata dal sistema.

per fare ciò, eseguiamo il seguente comando:

diskutil list

il risultato sarà:

dev/disk0 (internal, physical):
#: TYPE NAME SIZE IDENTIFIER
0: GUID_partition_scheme *500.3 GB disk0
1: EFI EFI 209.7 MB disk0s1
2: Apple_CoreStorage Macintosh HD 499.4 GB disk0s2
3: Apple_Boot Recovery HD 650.0 MB disk0s3

/dev/disk1 (internal, virtual):
#: TYPE NAME SIZE IDENTIFIER
0: Macintosh HD +499.0 GB disk1
Logical Volume on disk0s2
3AE302D4-9B15-463E-911C-87EF564A95E9
Unencrypted

/dev/disk2 (external, physical):
#: TYPE NAME SIZE IDENTIFIER
0: GUID_partition_scheme *7.9 GB disk2
1: EFI 209.7 MB disk2s1

Il device che andremo ad utilizzare è quello marcato come External – Physical, nel mio caso il /dev/disk2, ma può variare a seconda delle configurazioni.

Prima di tutto andiamo a recuperare tutto lo spazio utile con:

diskutil partitionDisk /dev/disk2 1 "Free Space" "unused" "100%"

Attenzione, questa operazione cancellera tutto il conetenuto della chiavetta.

Quindi proseguiamo con linstallazione dell’immagine appena creata con il seguente comando:

sudo dd if=~/Downloads/ubuntu.img.dmg of=/dev/rdisk3 bs=1m

Ci vuole un pò di pazienza, perchè la scrittura non da evidenza della progressione, quindi attendiamo finchè il cursore non ritorna riportando la quantità di dati scritti.

Probabilmente il sistema ci restituirà anche un bell’errore, perchè il Mac non riconosce il filesystem. Se vi capita, semplicemente confermate l’espulsione, altrimenti, date il segente comando:

diskutil eject /dev/disk2

A questo punto avete la vostra chiavetta avviabile con l’installazione pronta per essere eseguita sul vostro PC.

Convertitore di coordinate da CSV a GPX

Utile per convertire i file CSV con l’elenco degli AUTOVELOX in uno compatibile con il formato GPX utilizzato ad esempio nei navigatori Volvo.

Il programma è banale, basta trascinarci sopra un file .csv con le coordinate espresse il longitudine, latitudine e nome per ottenere il corrispondente file .gpx.

Spero possa servire a qualcuno oltre che a me.

CSV2GPX.exe (51,50 kb)

Venticinque

Il mio lavoro mi porta a concentrarmi per troppo tempo su procedure, codice o documenti, portandomi inesorabilmente a non vedere più i problemi o a cercare soluzioni senza fermarmi a riflettere.

Per questo ho realizzato una piccola applicazione che mi consente di tenere sott’occhio il tempo che passa ed essere avvisato con dei messaggi OSD ad intervalli regolari. Per la mia esperienza il tempo da dedicare alla concetrazione continuativa non deve superare i 25 minuti, ed è per questo che ho chiamato l’applicazione Venticinque e ho impostato gli intervalli in questo modo.

Non pensavo di distribuirla, quindi è abbastanza grezza, ma qualche amico la ha apprezzata, quindi eccola qui.

Venticinque.exe (254,00 kb)

20 anni di web

Giusto 20 anni fa nasceva il World-Wide-Web al CERN di Ginevra. mi fa sentire vecchio, anche se il mio esordio su internet è avvenuto appena nel 1995. Ricordo bene i primi test per mettere in rete un server, le spese esorbitanti di connettività e l’incubo di capire come si configurava Bind.
Erano tempi in cui non si poteva googlare quello che non si sapeva. lo strumento di ricerca principe era Gopher, che molti non sanno neanche cosa sia, e non bastava digitare quattro parole per avere tutto a portata di mano.
Poi è venuto Mosaic, Netscape che ha aperto la strada al business con l’SSL ed Eudora che ancora oggi darebbe filo da torcere ad Outlook & C.
Tanti ricordi di un tempo passato che ci ha cambiato la vita.

Buon compleanno WWW!

Bio

Grande appassionato di informatica e telematica mi sono avvicinato giovanissimo al mondo dei computer e delle BBS (Bullettin Board Systems) collaborando attivamente con due gruppi della scena italiana (DemoScene). Nel contempo, mentre dedicavo il poco tempo libero allo studio, ho iniziato a sviluppare software per alcuni committenti pubblici e privati. Avevo 15 anni e da allora non ho più smesso di interessarmi a 360° a tutto quello che l’informatica può offrire.

Alcune pietre miliari della mia vita che vale la pena ricordare sono la fondazione di uno dei primi ISP italiani, il trasferimento in Veneto per dedicarmi allo sviluppo tecnologico del progetto Netfraternity, il matrimonio con la mia socia Maria Sole, la lunga collaborazione con Casa.it, il progetto Tustena CRM e i miei due figli Alessio e Federico.

Negli ultimi 15 anni, un po’ per passione e un po’ per necessità mi sono addentrato nel mondo del marketing e della comunicazione multicanale, per affinare le mie conoscenze e comprendere tutti i segreti del SEO/SEM, CRM, mail e tele-marketing sia da punto di vista tecnico che operativo.

Per me è importante sapere come funzionano le cose prima di utilizzarle, e questo mi spinge ad approfondire tutte le tematiche che affronto. L’esperienza accumulata e la passione per il mio lavoro mi porta ad individuare con naturalezza e velocità il bandolo della matassa e risolvere velocemente qualsiasi problema informatico.

Adesso ho 40+ anni, vivo sui colli asolani con la mia famiglia, lavoro ad Asolo con mia moglie nella nostra azienda Digita, dove mi dedico allo sviluppo continuo di Tustena CRM (di sicuro il miglior software CRM italiano) e continuo a sfornare troppe idee e ad avere troppo poco tempo per realizzarle.

Dal 2012 la Digita è entrata a far parte del gruppo TeamStystem ed oggi ricopro la posizione di amministratore delegato della controllata oltre ad essere il responsabile dei progetti CRM.

Avere A: senza avere il lettore di floppy disk

Un'amica di mia moglie ha un software che per funzionare cerca di accedere ai dati presenti in un dischetto fornito assieme al programma.

Il problema è che lei non ha il lettore di floppy sul suo computer portatile, e il programma vuole per forza accedere all'unità A: per leggere i dati. [more]

A mio parere la soluzione più semplice è copiare il contenuto del floppy su un computer che ne ha (ancora) uno  e travasarlo quindi in una cartella del PC su cui gira il programma.

A questo punto aprendo il command prompt (Start -> Esegui: cmd) vado a digitare:

net use a: \\127.0.0.1\c$\floppy /PERSISTENT:YES

presumendo che ho creato la cartella floppy in c: e il programma dovrebbe funzionare.